14/10/15

Teo­ria dello svi­luppo eco­no­mico – Joseph Schum­pe­ter

Benedetto Vecchi    |   Un’operazione edi­to­riale ardita que­sta del Mulino che ha avuto la regia accorta, ma discreta di Ade­lino Zanini, filo­sofo, ma anche sto­rico del pen­siero eco­no­mico, avendo dedi­cato molta della sua atti­vità di ricerca teo­rica a Joseph A. Schum­pe­ter e Adam Smith, con felici incur­sioni nell’opera di John May­nard Key­nes e nel campo della cri­tica dell’economia poli­tica di Karl Marx. L’operazione con­si­ste nella pub­bli­ca­zione di due capi­toli scritti da schum­pe­ter per la sua Teo­ria dello svi­luppo eco­no­mico e poi sop­pressi dallo stesso eco­no­mi­sta austriaco per­ché «devianti» rispetto al cor­pus cen­trale dell’opera. Nella sua intro­du­zione, Zanini ritiene, in maniera con­vin­cente, che invece sono testi rile­vanti, per­ché danno la misura del labo­ra­to­rio teo­rico di Schum­pe­ter e della messa a fuoco della figura car­dine del suo pen­siero eco­no­mico, cioè quella figura dell’imprenditore che ha, per Schum­pe­ter, la capa­cità di rom­pere l’equilibrio ine­rente l’agire eco­no­mico gra­zie alla sua capa­cità di pro­porre una nuova com­bi­na­zione di ele­menti noti – nelle tec­no­lo­gie, nel cre­dito, nel pro­cesso pro­dut­tivo e nella sfera della cir­co­la­zione, nella domanda di beni – tale da pro­durre una discon­ti­nuità nello svi­luppo economico.

Ade­lino Zanini argo­menta, sem­pre nell’introduzione a Il feno­meno fon­da­men­tale dello svi­luppo eco­no­mico (Il Mulino, pp. 200, euro 18), la deci­sione della pub­bli­ca­zione di que­sti due capi­toli, archi­viati e mai più ripresi da Schum­pe­ter, non tanto per offrire allo stu­dioso mate­riali che vanno a com­porre, come tas­selli persi, il puzzle di un pen­siero eco­no­mico cen­trale tra gli anni Venti e Cin­quanta del Nove­cento, ma per­ché con­sen­tono, dato il loro carat­tere intro­dut­tivo e rias­sun­tivo – si tratta in ori­gine del 2 capi­tolo e del 6 capi­tolo della Teo­ria dello svi­luppo eco­no­mico – di evi­den­ziare la sua presa di distanza dall’economia neo­clas­sica allora domi­nante nelle uni­ver­sità, visti i non sono pochi rin­vii pro­prio alla cri­tica dell’economia poli­tica di Marx. Da que­sto punto di vista, Schum­pe­ter prende sul serio l’autore del Capi­tale e si potrebbe dire, al pari di un suo con­tem­po­ra­neo, Max Weber, che i suoi scritti sono una rispo­sta pro­prio a Marx, senza nes­suna demo­niz­za­zione, pro­vando a costruire un edi­fi­cio teo­rico più saldo di quello costruito dai neo­clas­sici di allora. Que­sti due capi­toli danno dun­que la misura delle dif­fi­coltà che Schum­pe­ter incon­tra, ma anche della scelta di cer­care una solu­zione che sal­va­guardi il capi­ta­li­smo dai suoi cri­tici, intro­du­cendo appunto la figura pro­me­teica dell’imprenditore.
Le inu­tili profezie
Nella Teo­ria della svi­luppo eco­no­mico i con­flitti degli inte­ressi, dun­que anche il con­flitto di classe, sono rite­nuti da Schum­pe­ter fat­tori esterni alla pro­du­zione della ric­chezza. Non pos­sono cioè scar­di­nare la «sta­tica» che carat­te­rizza l’economia. L’unico che può far deviare il «natu­rale» corso delle cose è, appunto, l’imprenditore. A que­sta pre­messa e con­clu­sione della sua ela­bo­ra­zione Schum­pe­ter rimarrà sem­pre fedele, anche se con ama­rezza scri­verà nell’opera della tarda matu­rità – Capi­ta­li­smo, socia­li­smo, demo­cra­zia – che il socia­li­smo ha più chance di garan­tire svi­luppo e inno­va­zione (ter­mine che l’economista austriaco usa con par­si­mo­nia, a dif­fe­renza dei suoi disce­poli) del sistema capi­ta­li­stico. La sto­ria non ha certo con­fer­mato que­sta pro­fe­zia di Schum­pe­ter, come testi­mo­nia il crollo rovi­noso del socia­li­smo reale. Que­sta però è un’altra sto­ria, che attende ancora di essere scritta, attin­gendo non alla cas­setta degli attrezzi for­nita dalla «tri­ste scienza», bensì a quella della cri­tica dell’economia marxiana.

Vale dun­que la pena di tor­nare al volume in que­stione, per­ché tra le righe dei due capi­toli ci sono ele­menti impor­tanti per guar­dare all’innovazione non come un ele­mento pro­prio dell’economico, bensì come fat­tore di rap­porti sociali di pro­du­zione, che irrompe nella quo­ti­dia­nità e crea una situa­zione impre­vi­sta, non con­tem­plata. Che può deter­mi­nare il con­so­li­da­mento di una impresa sul mer­cato o la sua mar­gi­na­liz­za­zione; lo svi­luppo di un nuovo set­tore pro­dut­tivo e l’eclissi di un altro. Che modi­fica il pro­cesso pro­dut­tivo nella sua «tota­lità». Tutto ciò non ha nulla a che vedere con una «rivo­lu­zione», bensì con un con­cetto di svi­luppo che non può essere mai pen­sato come lineare, che pro­cede con lun­ghi periodi di stasi e brevi periodi che distrug­gono l’equilibrio acqui­sito per poi ripro­porne un altro.
Il pla­smare creativo
Joseph Schumpeter ✆ A.d.
L’innovazione è dun­que un evento raro: ha però un potere desti­tuente che coin­volge tutto il sistema eco­no­mico. Sba­gliato dun­que pen­sare all’innovazione come una mac­china miglio­ra­tiva dell’esistente. L’innovazione pro­duce infatti discon­ti­nuità. Saranno i suoi disce­poli — Nathan Rosen­berg, David Mowery, Wil­liam Bau­moil, solo per citarne alcuni — a intro­durre una tas­so­no­mia — inno­va­zione incre­men­tale, per appren­di­mento, per uso di un sistema di mac­chine — per ridi­men­sio­nare il carat­tere dirom­pente dell’innovazione. L’imprenditore, per tor­nare al les­sico shum­pe­te­riano, com­bina in maniera ori­gi­nale e non con­sueta ele­menti noti. Que­sto vale sia per la tra­du­zione ope­ra­tiva di una ricerca scien­ti­fica, che per una nuova forma di cre­dito, o per il miglio­ra­mento delle forme di distri­bu­zione e ven­dita. Da qui, l’impossibile omo­lo­gia tra svi­luppo eco­no­mico e evo­lu­zione: per Schum­pe­ter, infatti, l’innovazione ha l’effetto dirom­pente di un’onda che distrugge equi­li­bri con­so­li­dati, per­ché l’imprenditore mette in campo una «distru­zione crea­tiva» che non lascia niente come era prima della sua irru­zione sulla scena.

Più che un con­cen­trato di pen­siero eco­no­mico que­sti due capi­toli sono quindi da leg­gere come le pre­messe di una antro­po­lo­gia filo­so­fica dell’economico. Per Schum­pe­ter, infatti, l’economia è carat­te­riz­zata da un agire edo­ni­stico che punta al sod­di­sfa­ci­mento imme­diato di biso­gni sociali. È sostan­zial­mente «sta­tica», cioè sem­pre eguale a se stessa, fino a quando non irrompe sulla scena un «agire ener­gico» che pla­sma crea­ti­va­mente le con­di­zioni date. È in que­sto «pla­smare crea­tivo» che l’«agire ener­gico» dell’imprenditore può essere asso­ciato all’attività arti­stica. Per que­sto, pro­durre inno­va­zione, meglio pro­durre svi­luppo eco­no­mico ha, per Schum­pe­ter, molti punti in con­tatto con l’attività dello scrit­tore e del pit­tore che non con quella dell’artigiano, che è con­dan­nato alla ripe­ti­zione del sem­pre eguale, intro­du­cendo pic­coli e lievi miglio­ra­menti dei pro­pri pro­dotti che non met­tono mai in discus­sione l’equilibrio, la «sta­tica» dell’economia.

Gli amanti delle tesi di Richard Sen­nett sull’artigiano come figura antica, ma nuo­va­mente cen­trale del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo non potranno che riflet­tere sulle loro radi­cate convinzioni.

Quando passa a descri­vere le carat­te­ri­sti­che dell’imprenditore, Schum­pe­ter fa leva sulla forte per­so­na­lità, sulla rinun­cia al pia­cere imme­diato per la vision del futuro che ha. L’imprenditore non è un edo­ni­sta, bensì un indi­vi­duo che vuol dare forma a una idea matu­rata met­tendo in rela­zione ele­menti noti della realtà. Sacri­fica cioè il sod­di­sfa­ci­mento imme­diato in nome dell’«opera» che vuol pro­durre. C’è nella silhouette dell’imprenditore trat­teg­giata da Schum­pe­ter una asso­nanza con quanto Max Weber scri­veva sull’etica pro­te­stante del capi­ta­li­smo e sulle per­so­na­lità cari­sma­ti­che nell’azione poli­tica. La rinun­cia al sod­di­sfa­ci­mento edo­ni­stico dei pro­pri biso­gni, un certo asce­ti­smo cal­vi­ni­sta nel com­por­ta­menti in società, il cari­sma che rie­sce a mobi­li­tare attorno a sé com­pe­tenze e forze sociali per rag­giun­gere un obiet­tivo; l’esercizio del potere non per tor­na­conto per­so­nale ma per rag­giun­gere un obiet­tivo: se per Weber sono le «qua­lità» del lea­der, per Schum­pe­ter sono le carat­te­ri­sti­che dell’imprenditore.

Non si tratta di sta­bi­lire filo­lo­gi­ca­mente le influenze di Weber su Schum­pe­ter, bensì di segna­lare come il pen­siero domi­nante dovesse fare i conti con la filo­so­fia della sto­ria mar­xiana e l’irruzione del movi­mento ope­raio sulla scena pub­blica: fat­tori che met­te­vano defi­ni­ti­va­mente in discus­sione la tesi che lo svi­luppo sociale e sto­rico fosse l’esito di grandi per­so­na­lità. Weber e Schum­pe­ter cer­cano cioè di sal­vare il sal­va­bile di que­sto indi­vi­dua­li­smo radi­cale e meto­do­lo­gico. Entrambi cam­bie­ranno idea nel corso del tempo. Weber quando farà i conti con la rivo­lu­zione del 1905 in Rus­sia, indi­vi­duando nel par­tito ope­raio di massa l’imprevisto dive­nuto realtà; Schum­pe­ter in Capi­ta­li­smo socia­li­smo, demo­cra­zia, quando scrive che l’innovazione è diven­tata una mac­china orga­niz­zata, pro­get­tata per fun­zio­nare indi­pen­den­te­mente dalle per­so­na­lità coin­volte nell’azione economica.
Il potere del rentier
Dun­que pro­dromi di una antro­po­lo­gia filo­so­fica dell’economico. Attuali, tut­ta­via, ora che l’innovazione è dive­nuto il van­gelo del capi­ta­li­smo. Vince chi è inno­va­tivo, perde chi si lascia tra­spor­tare dalla con­sueta sta­tica dell’attività eco­no­mica, recita il verbo. C’è però da dubi­tare che l’imprenditore sia coin­ci­dente con una sin­gola per­so­na­lità. Il capi­ta­li­smo ha ampia­mente dimo­strato che l’innovazione è un fat­tore esterno all’attività eco­no­mica. È un fatto sociale che nasce nel campo delle rela­zioni, nella capa­cità di poter com­bi­nare in maniera ori­gi­nale cono­scenze già note alla luce dagli scambi, la comu­ni­ca­zione, gli atti lin­gui­stici che scan­di­scono il sociale. Diven­tano fat­tori ine­renti lo svi­luppo eco­no­mico quando c’è cat­tura, appro­pria­zione privata.

Steve Jobs per Apple o Jeff Bezos per Ama­zon si appro­priano di spe­ri­men­ta­zioni, di atti­tu­dini, di pro­dotti, di cono­scenza già note e le fanno diven­tare «onde» da pie­gare ai pro­pri fini. Sono cioè ren­tiers della coo­pe­ra­zione sociale. L’innovazione di pro­cesso e di pro­dotto è dun­que frutto sem­pre di una espro­pria­zione. Sarebbe inte­res­sante sta­bi­lire omo­lo­gie tra l’imprenditore shum­pe­te­riano e le reli­gioni taoi­ste, shin­toi­ste e bud­di­ste, cioè sulla ten­denza ad appro­priarsi di ciò che già c’è. Per il momento torna utile il sag­gio di una eco­no­mi­sta con­tem­po­ra­nea, Mariana Maz­zu­cato, che nel suo Lo stato impren­di­tore (Laterza) guarda pro­prio allo Stato la fonte pri­ma­ria dove attin­gere cono­scenze, com­pe­tenze, ma anche come il «luogo» che defi­ni­sce il dispo­si­tivo per ren­dere effi­ciente la mac­china dell’innovazione. Die­tro l’innovazione c’è sem­pre un atto vio­lento di espro­pria­zione del «comune» che innerva la coo­pe­ra­zione sociale. Un fatto che Schum­pe­ter aveva intra­vi­sto agli inizi del Nove­cento e che ha occul­tato in nome di un modello astratto di atti­vità eco­no­mica che reg­gesse l’urto dell’ospite inat­teso, cioè quel lavoro vivo che è la fonte della ric­chezza e dell’innovazione.
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