7/10/13

Dizionario dei modi di dire della lingua italiana

Roberta Biasillo & Saverio Luzzi  |  Una lingua non è costituita solo e semplicemente da un insieme di vocaboli legato da relazioni grammaticali date una volta per sempre, ma è fatta soprattutto di usi delle parole, vale a dire da un codice in cui i significanti e i significati si rinnovano con lentezza, ma senza soluzione di continuità. Una lingua – qualunque essa sia – è infatti tanto più viva quanto più chi la adopera la arricchisce di nuovi termini oppure piega quelli esistenti a nuovi significati in un diuturno processo di vivificazione. In base alle convenzioni, all’uso, alle mode e alla rispondenza alle più disparate necessità della società, le parole mutano le loro accezioni e la loro forma. Addirittura alcune di esse possono diventare talmente desuete da poter essere considerate morte mentre altre (i cosiddetti neologismi) nascono.

A ricordarcelo sono Monica Quartu ed Elena Rossi in questo ampio e prezioso Dizionario dei modi di dire della lingua italiana, 446 pagine (cui se ne aggiungono oltre 70 di indice) in cui
vengono spiegati i significati e le origini di oltre ottomila espressioni di uso comune. Quello dei modi di dire è un campo tutto sommato poco esplorato negli studi sulla linguistica e le due autrici tentano (con risultati che lo scrivente reputa molto positivi) di colmare questa lacuna.

Si parte dal lemma “abate”, della quale si ricorda il diminutivo “abatino”, termine affettuosamente critico con cui Gianni Brera (grandissimo modellatore del linguaggio del giornalismo sportivo italiano) definì il centrocampista del Milan Gianni Rivera, calciatore da lui ritenuto di grande classe ma piuttosto femminile in campo (il calcio è ambiente misogino), votato all’eleganza nella manovra ma restio ai contrasti. Si chiude con “zuppa”, termine cui sono abbinati sette modi di dire (dal celebre “se non è zuppa è pan bagnato” al meno conosciuto “darne una zuppa”, annoiare il prossimo con discorsi lunghi e vacui).

Questo esteso percorso passa attraverso espressioni letterarie come “essere buono da bosco e da riviera”, mutuata da una poesia di Giuseppe Giusti (persona versatile, capace di adattarsi a tutte le situazioni), oppure la dannunziana “mettere la fiaccola sotto il moggio” (compiere un’azione inutile e controproducente) e attraverso altre decisamente più popolari come “dalla rava alla fava” (modo di dire che indica qualcosa esaminato in modo iper-dettagliato), “aver scritto giocondo in fronte” (essere ingenui fino alla stupidità) e “arte di Michelaccio” (detto nei confronti di chi trascorre la propria esistenza nell’ozio più totale). Ci sono espressioni oggi usatissime: la “macchina del fango”, il giovanilistico “fare a testate nei muri” (tentare di eseguire un’impresa la cui impossibilità è evidente a tutti e ottenere risultati peggio che scarsi), il volgare “avere la scopa nel culo” (espressione usata per chi cammina con una postura particolarmente eretta). Ciò detto, però, ci sono anche i preziosismi e gli arcaismi: “fare il nesci” (latinismo che significa far finta di niente), “società liquida” (evidente riferimento alle teorie di Zygmunt Bauman secondo le quali il nostro mondo è ormai privo di punti di riferimento politico-sociali e di certezze economiche), “ultima Thule” (luogo di rifugio finale), “fare il santificetur” (essere religiosi fino al bigottismo) e l’ariostesco “essere una maga Alcina” (detto di donna di grande fascino che utilizza la sua avvenenza per raggiungere i suoi scopi). Ci sono infine – a testimonianza di come una lingua possa rinnovarsi in modo tumultuoso – perfino frasi appartenenti al modernariato: “andare in tilt” è una di queste (purtroppo non è presente il suo omologo più attuale, “finire game over”), così come “andare a ramengo” (andare falliti).
L’elenco delle espressioni riportate sarebbe troppo lungo e non si vuol togliere al lettore il gusto di scoprirle tutte. Certo è che l’italiano che ci viene restituito dal libro di Quartu e Rossi è una lingua dinamica e godibilmente spregiudicata, giocosa e divertente.

Un’aggiunta: nei dialetti – realtà fortunatamente ancora vive e pulsanti nonostante l’omologazione culturale dei nostri anni – il ricorso a espressioni come quelle citate in questo libro potrebbe rivelarsi non meno ampio e ricco di peculiarità. Nel dialetto di chi scrive, la parola breriana “abatino”, ad esempio, potrebbe tradursi con l’espressione “pistamintuccia” (atleta poco concludente e dal comportamento simile a quello di un contadino che, per stoltezza, calpesta il prezzemolo da lui piantato nel suo orto), a testimonianza di come a ogni luogo corrisponda un modo di essere e di vivere, nonché una fraseologia. Questo per dire che un libro simile può costituire un ottimo modello per realizzare lavori analoghi su scala locale.

Naturalmente, tutto ciò va contestualizzato. È infatti probabile che il dialetto sia più immediato e legato alla dimensione quotidiana del vivere, e che proprio per questo possieda un’icasticità più marcata, per così dire. Oltre a questo, è difficilmente contestabile che nel dialetto si trovino tracce di quell’Italia delle lucciole – povera e contadina – tanto amata da Pasolini. Però alcuni significati e alcuni significanti non possono che essere stati ed essere plasmati in un ambito altro rispetto a quello dei dialetti locali. Ciò non ci deve riportare indietro alla distinzione tra dialetto e lingua, la quale è abbastanza pretestuosa (Noam Chomsky e, prima di lui, Max Weinreich, hanno affermato che una lingua altro non è che un dialetto che ha dietro di sé la potenza di un esercito), ma ci deve far tenere sempre presente che le forme espressive sono sempre e comunque legate al contesto socio-culturale che le forgia.

Di certo il Dizionario di Quartu e Rossi non è un “mazzo d’agli”, ma un volume puntuale che ci consente di comprendere la bellezza e la duttilità della nostra lingua. Proprio per questo la sua lettura è consigliata.

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